Diamo battaglia al XVII congresso della Cgil
Uniamo la sinistra contro la destra della Camusso
Appoggiamo la mozione 2
Rilanciamo la proposta del PMLI sul sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati



Ormai siamo nel mezzo del percorso che porterà al 17° congresso nazionale della Cgil che si terrà a maggio. L'11 luglio 2013 sono state istituite le tre commissioni che hanno preparato il terreno all'assise: quella politica, quella relativa alla organizzazione e quella statutaria. Il 19 novembre il direttivo nazionale ha aperto ufficialmente la fase congressuale. In quella occasione sono stati discussi i documenti congressuali, ancora in fase di preparazione. Infine il 3 dicembre sono stati licenziati i due documenti alternativi definitivi: quello della maggioranza, prima firmataria Susanna Camusso, e quello della sinistra presentato da Giorgio Cremaschi.

In questo mese di gennaio, dopo le festività, inizieranno i congressi di base, poi seguiranno tutti gli altri: delle Camere del Lavoro, delle Categorie e intercategoriali, provinciali, regionali, fino a quello nazionale che si svolgerà il 6,7 e 8 maggio a Rimini. Fin da subito la segretaria Susanna Camusso ha chiesto un congresso unitario. Per essere più precisi la Camusso ha preteso che le aree programmatiche interne che si collocano a sinistra nella Cgil, ossia “Lavoro e Società” e “La Cgil che vogliamo”, convergessero sulle posizioni e sul documento che lei stessa rappresenterà al 17° congresso, rinunciando a presentarne di alternativi. La segretaria nazionale della Cgil è stata accontentata: le due suddette componenti hanno immediatamente dichiarato la resa.

Noi marxisti-leninisti invece non vediamo nemmeno un motivo che possa giustificare l'adesione al documento della maggioranza rappresentata dalla Camusso. Se all'ultimo congresso del 2009 “La Cgil che vogliamo” aveva giudicato necessario proporre un'altra piattaforma e un'altra analisi politica diversa da quella della segreteria, aggregando la sinistra sindacale nel tentativo di cambiare o quantomeno influenzare le scelte della Cgil giudicate sbagliate e inefficaci, tanto più ve ne era la necessità adesso.



La gestione di destra della Camusso

Facendo un bilancio basato sui fatti, non possiamo che registrare una linea, una tattica, una conduzione del più grande sindacato italiano del tutto inadeguata a fronteggiare il gigantesco attacco condotto dai governi borghesi italiani ed europei e dai capitalisti nostrani contro i lavoratori e i pensionati e le masse popolari. La Cgil, prima di Epifani e poi della Camusso ha balbettato di fronte agli attacchi del governo Berlusconi ed è stata debole o ha fatto addirittura da sponda ai governi Monti e Letta. Gravissimo l'atteggiamento tenuto di fronte alla controriforma Fornero delle pensioni e allo svuotamento delle tutele contenute nell'articolo 18: anziché mettersi di traverso a difesa dei lavoratori, dei pensionati, dei precari e dei disoccupati ha indetto solo qualche ora di sciopero, un'azione intrapresa più che altro per salvare la faccia di fronte ai lavoratori.

La Cgil della Camusso ha firmato accordi di categoria che hanno derogato importanti spezzoni e peggiorato i rispettivi contratti nazionali, ha ricercato l'unità sindacale con Cisl e Uil sulle loro posizioni cogestionarie e capitolazioniste, si è legata al carro della Confindustria, arrivando ad appoggiare le rivendicazioni dei padroni e a festeggiare il 1° Maggio assieme a loro, è stata accettata la politica di austerità portata avanti dai governi di Roma e di Bruxelles che scarica sulle masse la crisi economica e finanziaria causata dal capitalismo. Non ha mai cercato l'autonomia rispetto ai partiti della “sinistra” borghese, in particolare verso il PD e i governi da questo guidati o appoggiati.

Il documento congressuale di Camusso, Landini e Nicolosi dal titolo “Il lavoro decide il futuro”, non esce da questa linea ed è quindi da rigettare in blocco. Non ci dobbiamo far ingannare dalla premessa, che critica genericamente la politica economica dell'Unione europea (UE) e degli ultimi governi del nostro Paese. Si vuol far credere che un'istituzione come l'UE, nata con lo scopo di competere con le altre potenze economiche nel mercato capitalistico, oggi globalizzato, possa essere cambiata e diventare un Europa sociale vicina ai lavoratori, dando più potere al parlamento europeo e riformando la Banca centrale europea.

La politica di subordinazione della CGIL a governo e Confindustria viene pienamente riconfermata, compresi gli accordi che possono derogare i contratti nazionali che restringono la democrazia sindacale e il diritto di sciopero. Su questo non ci sarà spazio per il dissenso interno, il documento della maggioranza a proposito recita chiaro: “L'accordo del 28 giugno 2011, al di là dei diversi giudizi, impegna tutta l'organizzazione e non è scindibile dall'accordo del 31maggio 2013. Accordo positivo, frutto dell'iniziativa di tutta la CGIL, che rappresenta un significativo cambiamento nel sistema di regole e di rappresentanza per la contrattazione e su cui tutta l'organizzazione è impegnata a garantirne l'esigibilità”.

Anche sull'assetto istituzionale del nostro Paese non c'è la benché minima denuncia del restringimento della democrazia borghese che ha trasformato di fatto l'Italia in una repubblica presidenziale. Anzi! Nonostante ci si un vago richiamo alla Costituzione del 1948 (che materialmente non esiste più da tempo), si accettano proposte di “riforma” che tendono a sminuire i poteri del parlamento, a cambiare da destra le procedure istituzionali, a garantire la governabilità borghese. Riguardo al finanziamento pubblico ai partiti, se ne chiede solo una riduzione, non una totale abolizione come sarebbe necessario.

Nella parte rivendicativa ci sono richieste di aggiustamenti e miglioramenti, che rimangono però sempre all'interno di una logica di subordinazione alle esigenze della classe dominante borghese e delle sue istituzioni. Sono misure che cercano di addolcire il capitalismo per farlo meglio digerire ai lavoratori e ai pensionati, ben sapendo che la politica dei governi italiani ed europei rimarrà anche nei prossimi anni sui binari dell'austerità. Per quanto riguarda la rappresentanza e la democrazia dentro la Cgil ci sono solo delle enunciazioni, senza impegni concreti, e comunque poco credibili perché il patto sulla rappresentanza del 31 maggio scorso, firmato anche da Landini, va nella direzione opposta escludendo i sindacati che non firmano gli accordi.

Gli undici emendamenti portati da Landini, Nicolosi, Moccia e altri non incidono più di tanto perché nessuno di essi chiede un cambiamento dell'attuale linea della Cgil e perché i loro firmatari fanno parte della nuova maggioranza che fa capo a Susanna Camusso. Questa operazione emendaria se da un lato non cambia la sostanza, dall'altro offre una copertura a sinistra alla Camusso, che in questo modo ha un argomento in più per affermare che le richieste della sinistra sono state accolte dal suo documento e dalla maggioranza della Cgil, nonostante questo sia falso.




L'opportunismo di Landini e compagni

In sintesi il documento che mira a conservare l'attuale linea sindacale avrà il sostegno della maggioranza uscita dal precedente congresso e in più le aree programmatiche, o quanto rimane di esse, “Lavoro e Società” di Nicolosi e Patta e “La Cgil che vogliamo” a cui avevano contribuito Landini, Rinaldini, Airaudo (vi avevano aderito anche i marxisti-leninisti). In essa aveva una posizione di rilievo Cremaschi che da tempo ne è uscito e assieme ad altri 5 membri del direttivo nazionale ha presentato un documento alternativo dal titolo “Il sindacato è un'altra cosa”.

“Lavoro e Società” già al precedente congresso si era allineata al tandem Epifani-Camusso. Con un accordo preventivo aveva ottenuto importanti posti dirigenti, in cambio Nicolosi non avrebbe presentato o aderito a documenti alternativi. Quest'area si dichiara la sinistra della Cgil, ma al di là di critiche generiche a cui non seguono mai i fatti, si è dimostrata fin qui più interessata alla spartizione delle poltrone che a cambiare la Cgil, insomma una condotta del tutto opportunista.

Più travagliata la vicenda di “La Cgil che vogliamo” ma alla fine anche in essa ha prevalso l'opportunismo. Quest'area già da tempo non dava più segnali di opposizione alla linea della Camusso, stesso discorso vale per la Fiom di Landini. L'unica Federazione della Cgil dove la sinistra aveva una maggioranza anche consistente, ed è stata alla testa di tutte le battaglie fatte in difesa dell'articolo 18, contro la Fiat e il modello Marchionne, contro la deindustrializzazione, riuscendo a legarsi con altri movimenti, come ad esempio i NO-Tav , prendendo posizioni spesso in contrasto con quelle della segreteria confederale.

Nella Fiom però alla fine è prevalsa la normalizzazione. Ne è responsabile Landini che via via è scivolato sulle posizioni della Camusso e di conseguenza su quelle di Cisl e Uil. La sinistra è stata emarginata dal direttivo nazionale e la Fiom é tornata all'ovile della confederazione.

Il segretario della Fiom in poco tempo ha abbandonato i propositi battaglieri deludendo tanti lavoratori che avevano riposto fiducia in lui. Landini ha fatto proprio il patto interconfederale del 31 maggio 2013, figlio di quello del 28 giugno 2011, in precedenza giustamente respinto perché introduceva le deroghe ai contratti nazionali e restringeva la democrazia sindacale, e in vista del congresso si è allineato alle posizioni della destra riformista rinunciando a sostenere un documento alternativo. Da più parti si pensa che queste mosse siano funzionali alla sua ambizione a diventare in futuro il segretario generale della Cgil, per la quale carica serve il più ampio consenso da parte del gruppo dirigente.

Landini è arrivato a caldeggiare le primarie in stile PD per l'elezione del segretario nazionale della Cgil, dulcis in fundo ha incontrato pubblicamente Matteo Renzi, il nuovo segretario nazionale del PD, acerrimo nemico dei lavoratori e ammiratore di Marchionne. Proprio mentre Landini dichiarava di aver trovato punti in comune con Renzi, quest'ultimo attaccava nuovamente quel che resta dell'articolo 18 proponendo di eliminarlo del tutto per i neo assunti.

Questi fatti hanno portato alla ricostituzione della Rete 28 Aprile, l'Area programmatica guidata da Cremaschi che nel 2009 era confluita nel documento congressuale “ La Cgil che vogliamo” per cercare di ampliare il più possibile il fronte dell'opposizione. Fronte che ora si è disciolto e che la Rete tenta di riorganizzare.




Sosteniamo il documento 2

La Rete 28 Aprile e quella parte di Fiom, di Rsu e di lavoratori che non si sono allineati a Landini hanno deciso di dare battaglia alla linea del gruppo dirigente uscente presentando, come già detto il documento alternativo “Il sindacato è un altra cosa”. A fronte di questa situazione il PMLI ha scelto di appoggiare questo documento: i militanti, i simpatizzanti del Partito e chi si riconosce nella linea sindacaledei marxisti-leninisti sono tenuti a sostenerlo in modo leale e collaborativo, pur senza rinunciare alla nostra visione politico-sindacale e al nostro modello di sindacato.

Noi non abbiamo attualmente le forze per presentare un nostro documento alternativo, quindi dobbiamo appoggiare quello di Cremaschi che si avvicina molto di più alle nostre posizioni di quello della Camusso, e di fatto riunisce la sinistra sindacale di cui fanno parte a tutti gli effetti anche i marxisti-leninisti. Dovremo attuare una politica di fronte unito e lavorare organizzati, pur con la nostra autonomia, con le variegate forze che appoggiano la mozione 2. Non sarà facile conquistare il consenso a tale documento perché la scelta opportunista di Landini ha indebolito tanto la sinistra sindacale. La mozione 2 parte quindi fortemente minoritaria, con pochissimi mezzi e dirigenti a disposizione, poggia tutto sui delegati, se agiremo in ordine sparso tutto sarà ancora più difficile.

Non nascondiamo che la mozione 2 non ci soddisfa pienamente. L'analisi del quadro economico e politico risulta raffazzonata, anche a causa dei tempi ristretti, ma sopratutto carente perché la critica è fatta solo sulle conseguenze della crisi e non sulle cause, cioè il capitalismo che non viene nominato nemmeno una volta, al massimo si punta il dito sul neoliberismo. Nei nostri interventi invece dobbiamo usare parole di fuoco contro il capitalismo, il governo Letta-Alfano e il capo dello Stato Napolitano che lo sostengono e ne curano gli affari. Nel documento si chiede l'annullamento degli accordi europei basati sull'austerità, ma non si chiede l'uscita dell'Italia dalla UE, anche l'attacco all'imperialismo non viene portato fino in fondo. Sul governo Letta-Alfano il silenzio è addirittura tombale, mentre sullo stravolgimento della repubblica democratica borghese e l'instaurazione del presidenzialismo di fatto, gli vengono dedicate un paio di righe.

Non siamo d'accordo sul reddito minimo garantito, una specie di sussidio ai poveri che con un elemosina si tengono ai margini della società, rivendichiamo invece la piena occupazione. Possiamo discutere la richiesta di salario minimo, un tetto minimo orario sotto il quale non si può scendere per nessun tipo di lavoro, non va però toccata la centralità del contratto nazionale. Per il resto la parte rivendicativa ci trova sostanzialmente sulla stessa lunghezza d'onda, sintetizzata dallo slogan del documento “ RivendicAZIONI per una Cgil indipendente, democratica, che lotta”.

Tra le rivendicazioni più importanti e significative c'è la richiesta che le grandi aziende strategiche, come Fiat, Ilva, Telecom, Alitalia, i grandi ospedali privati come il San Raffaele, che rischiano tagli o chiusura, siano espropriate senza indennizzo e gestiti dal potere pubblico, con partecipazione e controllo dei lavoratori e delle popolazioni. Giustamente si sostiene la lotta per ridare al contratto nazionale centralità nella contrattazione, si sostiene la difesa e lo sviluppo dei servizi pubblici dalla sanità alla scuola, il controllo pubblico e popolare sui beni comuni come l'acqua, l'effettiva parità di diritti per i migranti, una nuova scala mobile e un forte e inderogabile aumento dei salari e si sostiene la lotta contro le grandi opere come la Tav.




La proposta sindacale del PMLI

Nell'ultima parte si rivendicano forme più democratiche all'interno del sindacato. Perché, è scritto nel documento, “i lavoratori hanno bisogno di organizzarsi in forme flessibili e aperte, in comitati di lotta e consigli di delegati per questo la Cgil decide di avviare un processo di organizzazione nuovo tra tutte le lavoratrici e lavoratori, nel territorio tra i pensionati e i disoccupati”. Vi è una denuncia sacrosanta di un apparato burocratico mastodontico che decide tutto mentre la democrazia e la partecipazione dei lavoratori rimane in secondo piano, più sulla carta che effettiva. La proposta strategica del PMLI di modello di sindacato va molto oltre. Noi ci battiamo per la costruzione dal basso di un grande sindacato delle lavoratrici, dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati fondato sulla democrazia diretta e il potere sindacale e contrattuale in mano alle assemblee generali dei lavoratori e dei pensionati.

Possiamo prendere spunto dall'esigenza di una rappresentanza sindacale di tipo nuovo, che in parte si trova nella mozione 2, per esporre il nostro modello di sindacato le cui caratteristiche principali sono: l'unità sindacale di tutti i lavoratori dipendenti (operai e impiegati di ambo i sessi e di tutte le categorie e i settori privati e pubblici) e di tutti i pensionati a basso reddito; la gestione della vita del sindacato fondata sulla democrazia diretta dal basso verso l'alto che significa dare il potere sindacale e contrattuale alle Assemblee generali dei lavoratori e dei pensionati, che comporta tra le altre cose la possibilità di revoca in ogni momento dei delegati e dei dirigenti non più riconosciuti come tali dalla base; l'assunzione di una piattaforma rivendicativa che abbia come scopo la conquista di migliori condizioni di vita e di lavoro, per quanto possibile sotto il capitalismo; il rifiuto a livello di principio della concertazione e del "patto sociale" con le “controparti” (governo e padronato) poiché è solo con la lotta di classe, con l'uso di tutti i metodi di lotta a disposizione che possono essere conquistati veri ed effettivi avanzamenti sociali per gli sfruttati e gli oppressi.

Questo tipo di democrazia e di sindacato va ben al di là dei referendum che sono importanti, ma che comunque chiamano i lavoratori a esprimersi su decisioni già prese. Noi la intendiamo come democrazia diretta che poggia sul protagonismo nei luoghi di lavoro anzitutto, ma anche al di fuori pensando ai pensionati, che non si limiti a un sì o un no ma che permetta ai lavoratori e ai pensionati di discutere i problemi, mettere a confronto le idee, assumere le decisioni, approvare o rifiutare le piattaforme e gli accordi con voto palese, selezionare i loro rappresentanti più capaci e combattivi L'unica capace di unirli attorno ai loro interessi di classe, di liberarli dai cappi delle vecchie e "nuove'' sigle sindacali e di renderli indipendenti dalle istituzioni, dal governo e dal padronato.

Per realizzare il nostro obiettivo di un grande sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati fondato sull'idea forza della democrazia diretta occorrerà che si sciolgano tutte le sigle sindacali: Cgil-Cisl-Uil oramai completamente succubi e complici del governo e del padronato, i sindacati cosiddetti di base (Usb, Cobas, Slai-Cobas, ecc.) che si collocano più a sinistra della Cgil ma che con la loro impostazione spontaneista e anarchica, le loro rivendicazioni tendenzialmente corporative, tendono più a dividere che unire i lavoratori. Ovviamente finché non nascerà questo tipo di sindacato, i marxisti-leninisti, fintanto che lo riterranno possibile e opportuno, continueranno a condurre la propria battaglia preferibilmente all'interno della Cgil e a costruire la corrente sindacale di classe con tutti coloro che, fuori e dentro i sindacati confederali e autorganizzati, condividono la nostra proposta sindacale e vogliono battersi per realizzarla.

Diamo battaglia al 17°congresso della Cgil, il che vuol dire tenere un atteggiamento combattivo, attivo e propositivo. I sindacalisti e i lavoratori marxisti-leninisti devono cogliere le occasioni che il congresso presenterà loro per sostenere quanto possibile, le posizioni sindacali del Partito. Per far questo occorre rinfrescarsi la memoria con i nostri documenti sul tema, il regolamento del congresso e studiare i due documenti congressuali.

In primo luogo dobbiamo criticare a fondo il documento della maggioranza e le scelte fallimentari fatte in questi anni dalla segreteria con a capo la Camusso, denunciando le scelte opportunistiche di Landini e di Nicolosi in modo chiaro ma dialettico cercando di unire la sinistra contro la destra.

Dobbiamo appoggiare la mozione 2, prendendo contatti da subito con i suoi referenti. Nei nostri interventi alle riunini di tale mozione dobbiamo puntare sulle cose che ci uniscono, mantenersi comunque liberi di esprimerci in termini fortemente anticapitalistici.

Dobbiamo rilanciare la nostra proposta del grande sindacato delle lavoratrici, dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati in modo intelligente, legandola ai temi congressuali, usando la dialettica, ovviamente senza tirare in ballo il PMLI ma intervenendo come lavoratori e pensionati. Bisogna studiare molto per chiarirci le idee e per fare degli interventi concisi e concreti, tenendo conto degli umori e del livello di coscienza dei partecipanti alle Assemblee congressuali a cui siamo presenti.

Avanti con forza e fiducia nella battaglia contro la destra riformista della Camusso, Landini e Nicolosi, per l'unità e la vittoria della sinistra sindacale e per il rilancio della proposta sindacale del PMLI.

La Commissione per il lavoro di massa del CC del PMLI


Firenze, 2 gennaio 2014